Il Ponte di Sant'Angelo Lodigiano Foglio d'informazione locale

Il santangiolino Giovanni Scarpini fra gli insigniti alla Medaglia d’Onore

conferita agli Internati Militari nei lager nazisti.
Le altre Medaglie alla memoria dei lodigiani Afonso di Nisi e Bruno Vanelli e a Francesco Sonzogni di Boffalora d’Adda

di Giancarlo Belloni

Con una recente legge, la Repubblica Italiana ha deciso di celebrare ogni 20 settembre la Giornata degli Internati Italiani nei campi di concentramento tedeschi. La ricorrenza ha lo scopo di ricordare e onorare il sacrificio di tutti i militari italiani deportati dai tedeschi nei campi di concentramento dopo l’annuncio dell’Armistizio con gli Angloamericani l’8 settembre 1943.
La data scelta corrisponde al giorno in cui Hitler, il 20 settembre 1943, modificò la condizione giuridica dei prigionieri di guerra italiani (tutelati dalla Convenzione di Ginevra del 1929) in quella di internati militari consentendone l’utilizzo come manodopera coatta, destinandola cioè ai lavori forzati per l’economia di guerra tedesca.


Da sinistra il dott. Stefano Pozzi, presidente del Consiglio Comunale di Sant’Angelo Lodigiano,
il dott. Davide Garra, prefetto di Lodi e la signora Antonia Scarpini, sorella dell’insignito alla Medaglia d’onore mentre ritira la medaglia degli internati militari durante la cerimonia di premiazione che si è svolta presso la Prefettura di Lodi.

Era un piano che la Wehrmacht (il comando militare tedesco) stava da tempo approntando per reagire alla eventuale uscita dell’Italia dal conflitto, sicché, già dal 9 settembre, subito dopo l’armistizio, a causa della fuga del Re e del governo da Roma e degli ordini confusi emanati dagli alti comandi delle nostre Forze Armate, l’esercito italiano si sfasciò completamente e i tedeschi riuscirono a far prigionieri centinaia di migliaia di soldati catturandoli sia in Italia (nel Nord dove si era costituita la Repubblica di Salò) sia nei vari paesi occupati quali Francia, Jugoslavia e Grecia (i numeri vanno dai 650.000 agli 800.000) destinandoli verso i lager della Germania e della Polonia.
Nell’autunno del 1943 ai prigionieri fu offerta la possibilità di tornare in patria a condizione di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o alle formazioni naziste, ma quasi tutti si rifiutarono. Solo in 13.000 si arruolarono nel nascente esercito della Repubblica Sociale e qualche migliaio entrò nelle SS. I più scelsero di affrontare le fatiche, la fame e la prigionia pur di non tradire il proprio Paese.
In circa 50.000 morirono nei lager e altrettanti subito dopo il ritorno a casa per le conseguenze dell’internamento che prevedeva orari di lavoro dalle 50 alle 65 ore settimanali in condizioni di privazione. Malnutrizione, freddo, bombardamenti degli alleati e, verso la fine della guerra, rappresaglie delle forze di polizia tedesche, furono fra le cause principali della morte di questi uomini.
Un conteggio approssimativo stima che furono circa 4.300 i lodigiani rinchiusi nei campi di lavoro tedeschi. Fra loro mio zio, Giovanni Scarpini, fratello di mia madre, per il quale ho fatto domanda della Medaglia d’Onore, il riconoscimento morale che spetta ai militari italiani internati (IMI) che dopo l’8 settembre 1943 furono deportati nei campi di concentramento del Terzo Reich e che si rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o alle forze naziste.
Mio zio è uno di quelli che non ce l’hanno fatta a tornare a casa, o meglio ci è tornato da morto nel 1959, primo caduto di Sant’Angelo ad essere traslato dalla Germania al cimitero di Sant’Angelo e quel poco che sappiamo di lui nel periodo di prigionia lo dobbiamo ad un commilitone anch’egli deportato nel campo.
Giovanni nasce il 27 agosto 1923 a Casale Cremasco, terra di origine dei suoi genitori, i miei nonni Primo e Maria, che di lì a poco si trasferiranno a Sant’Angelo, presso la cascina Branduzza, dove Primo trova lavoro come contadino.
La vita di Giovanni, Gianni per la famiglia, si svolge nella semplicità della campagna, un ambiente che ama e nel quale, appena l’età lo consente, dà una mano per aiutare la famiglia che dopo di lui vede la nascita di altri cinque figli.
La serenità è però rotta dalla chiamata alle armi. L’Italia è già entrata in guerra quando Gianni deve unirsi all’esercito: è il 16 gennaio 1942 e deve raggiungere Caserta. Da lì in poi le notizie arrivano alla famiglia solo con qualche cartolina, ma nel gennaio del 1943 Gianni torna a Sant’Angelo per una breve licenza e alla Branduzza è festa …ma sarà l’ultima volta.
Tornato a Napoli ottiene la patente di guida di automezzi militari e manda a casa una foto di lui alla guida di un autocarro con la dedica “la macchina con la quale ho percorso parecchi chilometri al servizio della mia amata Italia”.
Nel luglio del ’43, poco prima della caduta di Mussolini, arriva una cartolina da Mestre da dove Gianni comunica che si sta imbarcando per la Grecia. Ci rimarrà poco …travolto come tanti altri ragazzi dalle giravolte della Storia, rimasto senza comandi e senza collegamenti viene catturato dai tedeschi e portato in Germania. A Sant’Angelo lo scopriranno solo quando riceveranno le prime lettere dal lager.
In Germania è il soldato Giovanni Scarpini, prigioniero numero 50067. Quando la prima lettera arriva alla Branduzza i suoi cercano di capire dove si trovi: le lettere portano l’indirizzo “Stammlager VI D, Dortmund (Westfalen) Arbeits-Kommando n.1140”. Scoprono che lo Stammlager (o Stalag) VI D è uno dei più grandi campi di lavoro della Germania nazista, situato nella città di Dortmund nella regione della Vestfalia (ai confini con l’Olanda, nella regione della Rhur, cuore dell’industria bellica tedesca, ricca di fabbriche siderurgiche e miniere).
E gli Arbeits-Kommandos sono dei sottocampi organizzati in piccoli distaccamenti di baracche o alloggi di fortuna presso le acciaierie, le fabbriche d’armi, le miniere di carbone o i cantieri dove i prigionieri devono lavorare.
Dal campo di lavoro Gianni, nelle poche righe consentite, rassicura la famiglia sulla propria salute, si interessa di come vanno le cose a casa. Ma si coglie anche la sofferenza: quando chiede di ringraziare una certa persona che gli ha scritto, specifica che non ha carta per scrivere; quando racconta dei suoi compagni di sventura dice che in diversi hanno ricevuto il pacco da casa mentre lui ancora no… e allora, scrive, vi mando di nuovo un modulo per il pacco… pacco che invece da Sant’Angelo era partito…
Nel campo Gianni fa amicizia con Mario Ranghetti, un prigioniero di Calcio, nella bergamasca. È con lui che si scambierà la promessa che in qualche modo lo porterà a casa: chi dei due fosse sopravvissuto avrebbe dovuto avvisare la famiglia dell’altro.
L’ultima lettera di Gianni è datata 29 settembre 1944, da lì più nulla. Papà e mamma ascoltano la radio per avere notizie sull’andamento della guerra sempre più preoccupati e ansiosi, mentre le forze alleate stringono il Terzo Reich in una morsa proprio nella regione della Ruhr portando i tedeschi alla resa nella primavera del 1945.

Il 31 marzo del 1945 le truppe americane entrano nella città di Drensteinfurt, ultima destinazione di Gianni. Sappiamo dal racconto che ne fece il commilitone Mario Ranghetti che poco prima i tedeschi lasciarono liberi i prigionieri che si trovano così sul campo di battaglia esposti al fuoco americano: è così che una raffica di mitragliatrice spegne la vita di Gianni Scarpini, a 21 anni.
A Drensteinfurt la guerra finì quel giorno e Gianni venne seppellito nel cimitero cattolico insieme ad altri due militari italiani. La sua tomba fu trovata grazie al racconto dell’amico sopravvissuto che nel settembre del ’45 venne a Sant’Angelo per avvisare la famiglia.
Grazie all’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Sant’Angelo Lodigiano fu istruita la pratica per il rientro della salma e il 9 agosto del 1959 Gianni ritornò a Sant’Angelo con gli onori di un funerale militare. Per un po’ le sue spoglie hanno riposato nella Cappella dei Caduti del nostro cimitero, poi quando nel 1991 è mancata mamma Maria, i fratelli lo hanno messo accanto a lei. In famiglia siamo commossi che la sua vicenda si ricordi ancora oggi grazie al conferimento della Medaglia d’Onore.







AMICI BIANCHERIA Dott.ssa Alessia Altrocchi Galluzzi Galluzzi