Il Ponte di Sant'Angelo Lodigiano Foglio d'informazione locale

L’edicola religiosa della Cascina Pagnana

di Veronica Paolini

Durante la stagione primaverile ed estiva soprattutto, vale la pena soffermarsi qualche istante davanti all’edicola della Madonnina, posta lungo il viale alberato, che conduce alla Cascina Pagnana, subito dopo Castiraga Vidardo, le cui origini risalgono addirittura ad un lontano 1725!
Ci si può mettere un po’ all’ombra e restare in un raccolto silenzio, mentre il lento, ritmico, rassicurante rombo di un pacifico bombo, che corteggia i fiori freschi posti, in segno di devozione, alla Santa Vergine di questa Santella (termine di cui si spiegherà il significato poco sotto) accompagna le nostre preghiere, le nostre suppliche, i nostri pensieri più intimi.

Il riferimento al bombo, insetto per nulla aggressivo e, anzi, laborioso e gentile, non è casuale; poiché rimanda a quell’atmosfera da fiaba che prosegue con un imbocco lungo e regolare, quasi dolcemente “scortato” da alberi secolari, proprio a questo piccolo capolavoro di arte e di fede. Il viale scorta il pellegrino, albero dopo albero, con le chiome ondeggianti per la leggera brezza, fino a questa effige, la quale, sia per i soggetti raffigurati, sia per i colori che la caratterizzano, dona, anche allo spirito più provato, un intenso senso di pace.
Una Madonna con il volto sereno, seduta e circonfusa da un’aureola luminosa, tiene accanto a sé, sorreggendolo con le proprie mani, un bimbo sorridente, che sembra porgere a colui che si ferma lì davanti, con la propria manina, un ramoscello d’ulivo.
Entrambi sono vestiti con indumenti che variano nelle mille e più sfumature dell’azzurro. Se non si sapesse che è un affresco, la mamma ed il bimbo potrebbero essere presi facilmente come personaggi totalmente integrati in quel paesaggio silenzioso, in un gioco di armonie perfette con il ronzio del bombo tra i fiori, l’erba verde e il muggito leggero e mite degli armenti, comodamente ricoverati nei loro appositi spazi ordinati. Il tutto contornato da gigli bianchi, che racchiudono quella che sembra essere una promessa, anzi una garanzia di serenità e lietezza, a coloro che si abbandoneranno con fede e nient’altro alle due figurine affrescate.
Al di sotto, una bellissima preghiera, vergata con caratteri in blu cobalto, in stampatello, ornato regolarmente da qualche ricciolino grafico, che sembrano, proprio per il colore, in continuità non casuale con i toni dell’affresco:
“Ricordatevi, Oh Purissima Vergine Maria: non si è mai sentito che alcuno abbia ricorso al Vostro patrocinio, abbia implorato il Vostro aiuto, abbia domandato il Vostro favore e sia stato abbandonato.
Io, dunque, animato da tale confidenza a Voi ricorro, o Vergine delle vergini e Madre Mia.
Io vengo davanti a Voi, pur essendo un povero peccatore, gemendo.
Non disprezzate, Oh Madre del Divin Universo la mia parola, ma ascoltatela propizia”.

“Dicembre 1846, 300 giorni di Indulgenza, secondo la volontà di Pio IX”.

Soltanto quattro anni dopo la posa di tale edicola religiosa, nasceva a quattro, cinque chilometri di distanza, in quel di Sant’Angelo Lodigiano, Francesca Cabrini, quella straordinaria figura di donna e Santa, divenuta esemplare e irripetibile per i Suoi servigi resi ai più umili, ai più disorientati, ai più perduti e ai più ammalati, facendo recuperare loro il bene più grande: la dignità della vita.
Tuttavia il 1846, non promette solo una nascita così fulgida. Quell’anno, infatti, precede con ben poco scarto, i venti turbolenti di ribellioni decise e inarrestabili, che percorreranno tutta l’Europa, solo due anni dopo, nel 1848, appunto.
La prima a farsi protagonista di queste conquiste democratiche, ottenute, tuttavia, con spargimenti di sangue e, dunque, di vite è la Francia; seguiranno la Sicilia, in Italia, da troppo tempo tenuta in scacco dalla dinastia borbonica di idee anti-illuministiche, anzi decisamente medievali; subito dopo la Boemia, quindi la Germania. E fra tutti questi Paesi, anche il granitico impero austro-ungarico, vede un moto di ribellione e di ridestata volontà di indipendenza da parte della recalcitrante Ungheria e della moderna e ricca regione del Lombardo-Veneto, in cui sono compresi i territori in cui tuttora viviamo e consideriamo naturalmente nostri. Eppure, nostri non erano nel 1846, quando questa nicchia che custodisce simbolicamente una madre santa con il suo bimbo salvatore del mondo, fu posta in quel luogo di campagna.
E proprio il carattere rurale di questa zona, ricco, operoso, all’avanguardia, con le prime macchine a vapore, esito della seconda rivoluzione industriale nascente, impiegate anche nel settore primario, su cui si fondava il sostentamento e il benestare dei nostri avi, li induceva ad assumere atteggiamenti apertamente riottosi verso il pesante giogo asburgico.
Una testimonianza di quanto, per esempio, i santangiolini fossero anti-austriaci e vedessero nella nascente figura di Giuseppe Garibaldi, la via per la libertà e l’indipendenza ci viene offerta da una distintissima voce, nel panorama di storici locali, come quella dell’intellettuale Achille Dall’Ongaro. Questi, nella sua puntualissima biografia scritta su Santa Francesca Cabrini, edita dalla casa editrice Rusconi, ci informa che i cittadini di Sant’Angelo, erano esortati caldamente dall’allora uomo politico Raimondo Pandini (che diventerà primo sindaco della cittadina, all’indomani dell’Unità d’Italia), altrimenti buono e solitamente dotato di pacatezza (ma, a tal proposito, fervente nemico del potere austriaco) a tenere una bella scorta di pesanti sassi nei piani alti delle loro abitazioni, così da poterli scagliare con determinazione contro e sui manipoli di soldati austriaci, eventualmente in transito, in Sant’Angelo Lodigiano.
Misura, questa, che seguirà anche e addirittura il cosiddetto Cristianon, al secolo Agostino Cabrini, proprio il padre di Francesca, che, pur animato da una grandissima e saldissima fede, come si intuisce dal soprannome attribuitogli, accetta di partecipare a queste azioni di sabotaggio, proprio al fine di favorire lo sganciamento da una dinastia soverchiante, che, ormai, in questi territori, aveva fatto il proprio tempo e che, fatalmente, doveva prendere atto che l’Italia era matura o, quanto meno, convinta di realizzare il sogno di unità da Nord a Sud.
Tornando sui nostri passi che, assai docilmente, ci conducono a quella Santissima Signora di celeste vestita e al suo sorridente bambino, va detto che, anche se collocata al di fuori di Sant’Angelo Lodigiano, fa comunque parte del patrimonio culturale della zona, in quanto nata come una nicchia per rincuorare gli stanchi viandanti che circolavano a piedi in queste zone spiccatamente rurali.
Non sappiamo se quella della cascina Pagnana sia nata per volere dei contadini, per propiziarsi i raccolti, che, come sempre, erano in balìa delle condizioni metereologiche annuali; o per offrire, un po’ come oggi, un luogo di raccoglimento e preghiera a chi transitava in mezzo a quei campi laboriosamente lavorati in ogni stagione dell’anno.
In particolare, in questa parte della Lombardia, questo e tanti altri simili esempi di devozione in versione architettonica e finemente affrescati, venivano chiamati anche Santelle.
Ebbene anche quella dell’antichissima Cascina Pagnana fa parte di quella meravigliosa “costellazione terrestre di Santelle”, che dominano con silenziosa dolcezza il territorio intorno a Sant’Angelo Lodigiano, rispetto alle quali si possono organizzare piccoli viaggi a più tappe, per scopi personali, legati alla propria sensibilità ed alla propria fede e/o anche per scopi meno intimistici, ma comunque apprezzabili, che vogliono privilegiare itinerari squisitamente ciclistici, in mezzo alla natura lussureggiante e virente, la cui linfa vitale sembra essere appunto rafforzata da queste nicchie che, ogni tanto, ma mai a caso, spuntano dietro un cespuglio di rose, subito dopo un abete, all’angolo di una curva a gomito.
Quasi fossero lì per ricordare ai molti sportivi dalle sgargianti maglie colorate e dai fascianti occhiali da sole protettivi, che, se possono trarre vantaggio da queste immersioni pressochè totali, in ambienti, che paiono non essere corrotti dalla mano, pur laboriosa, dell’uomo, devono ringraziare sempre e comunque il Buon Dio, il quale ha posto la Propria, inimitabile firma su questi panorami fulgidi e tonificanti, non solo per il fisico, ma anche e soprattutto per la mente, per il cuore e per l’anima.




PASSONI SENNA INOX AVIS C.F.I. 62



Foto di Matteo Fratti