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Sant’Angelo dopo la visita del Papa: un laboratorio per l’integrazione?

di Emanuele Maestri

Che gioia, che gioia immensa: un uomo vestito di bianco attraversa benedicente le vie del borgo con un sorriso che fa trasparire la mitezza del cuore, tra il ribollir dei corpi arrovellati da un caldo cocente e un’umidità asfissiante.
Nonostante ciò, in migliaia sono lì ad attendere il Pontefice, il quale da Roma, passando per Pavia, decide di fare sosta a Sant’Angelo per omaggiare la Santangiolina d’America.
Papa Leone nella nostra Basilica, voluta con forza dai santangiolini, affrescata dall’Arzuffi con un ciclo che ne sintetizza visibilmente le fasi salienti dell’ardore missionario, è qualcosa che fatichiamo a metabolizzare: è un fatto storico senza precedenti, omaggio alla santità di una donna che nacque in riva al Lambro, che seppe sfruttare la corrente dell’immenso Oceano per navigare e arrivare nelle Americhe per portare conforto a milioni di connazionali, che là venivano trattati come animali.
Proprio nel nostro borgo, sì, proprio a Sant’Angelo è venuto il Papa. Non altrove. Proprio da noi, laddove il rosso campanile aguzzo della cesa granda con in cima l’arcangelo Michele e l’imponente maniero visconteo con la torre mastra Regina della Scala si specchiano nei due rami del Lambro, le cui acque, stanche, scivolano via e, all’altezza del Lazzaretto, confluiscono in un unico corso d’acqua ormai pronto per gli ultimi chilometri che lo dividono dal Grande fiume: ebbene, proprio in una stanca ma bella Sant’Angelo di metà Ottocento, in un afoso giorno di luglio di 176 anni fa, avvenne la nascita di una piccola femminuccia di sette mesi, che legherà il suo nome, per sempre, a Sant’Angelo e che sarà il prodromo della visita papale del 20 giugno.
Il Successore di Pietro è venuto per spronarci, farci riflettere e, di conseguenza, agire per il bene comune. Dall’altare della Basilica, addobbato a festa con fiori gialli e bianchi in suo omaggio, ha pronunciato un discorso alto, impossibile da strumentalizzare, che interroga la coscienza dell’uomo, occasione straordinaria per un appello rivolto ai giovani: «Conoscete Santa Francesca Cabrini, leggete i suoi scritti, pieni di passione per Gesù e per la missione; le sue lettere, i suoi diari di viaggio, gli appunti dei suoi ritiri. Chi conosce Madre Cabrini, ne rimane conquistato. La sua anima era nello stesso tempo contemplativa e attiva; era immersa nell’amore del Cuore di Cristo e questo le dava una capacità di lavoro e una forza d’animo straordinarie, coerentemente con il motto paolino che aveva scelto per l’Istituto: “Tutto posso in Colui che mi dà la forza”». Discorso integrato ai ragazzi dei Grest della diocesi, presenti in migliaia allo stadio Carlo Chiesa, «per essere testimonianza di speranza!». Ha detto loro: «Non dimenticate mai: voi giovani potete cambiare il mondo».
E che dire degli interrogativi che ci ha lasciato? «Care sorelle e cari fratelli, se guardiamo al mondo di oggi, che cosa dobbiamo dire? Quel “segno”, cioè il fenomeno migratorio, è entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa, eppure non meno capace di interpellare la Chiesa. Domandiamoci: se Madre Francesca vivesse oggi, che cosa le direbbe la sua anima missionaria? O meglio, che cosa direbbe il Cuore di Cristo al suo cuore di donna consacrata a Lui e al servizio del suo Regno? E che cosa le avrebbe chiesto un Papa come Francesco, il quale, figlio di emigrati italiani, ha fatto del servizio ai migranti uno dei punti-chiave del suo pontificato?».
Domande che interrogano tutti, soprattutto chi ha responsabilità pubbliche, anche i politici locali, i quali sono chiamati ad agire in un contesto non facile, figlio di errori del passato, che hanno portato a un’espansione urbanistica del paese sbilanciata, sfavorendo il recupero del patrimonio urbanistico del centro, talché oggi esso risulta poco appetibile a causa della forte concentrazione d’immigrati, presenti nel territorio comunale con una percentuale ben oltre il 20% dei residenti totali, la più alta in assoluto di tutto il lodigiano.
Ecco, quella che andrebbe anzitutto scongiurata è la formazione di quartieri ghetto.
La cittadina, dopo la visita papale, potrà essere un laboratorio per il territorio?
Il tempo ce lo dirà.
Di certo, dopo che a Sant’Angelo si è fatto pellegrino sulle orme di Madre Cabrini nientepopodimeno che il Papa, che è il «Vicario di Gesù Cristo, Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa Universale, Patriarca d’Occidente, Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Servo dei servi di Dio», uno dei leader più in vista del mondo, vale la pena tentarci.
Che onore averlo avuto tra noi!







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