Ottocento sono gli anni dalla morte, ottocentouno dal Cantico delle Creature, ottocentodue dal dono delle stigmate, ottocentotré dall’approvazione della Regola: tanto è il tempo che ci separa dai momenti salienti della vita di San Francesco. Un santo straordinario: dell’armonia del creato, della povertà, del rinnovamento della Chiesa ancorato alla fede semplice delle origini, che il Parlamento italiano ha deciso di omaggiare, in quanto patrono d’Italia, il 4 ottobre di ogni anno, concedendo la festività civile.
Centonovantasette, invece, sono gli anni passati dai Cappuccini tra i santangiolini, dal 1608 al 1805.
L’ordine francescano, fondato da fra Matteo da Bascio nel 1525, s’insediò a Sant’Angelo ove attualmente esiste il cimitero cittadino, il cui piazzale antistante, a imperitura memoria, è appunto intitolato ai frati minori con il cappuccio, unico segno di questa plurisecolare presenza, unitamente alla cappellina della Madonna a ridosso della roggia Bolognina, alla sacrestia e al coro conservati in “césa granda”.
Ma partiamo dall’inizio.
Il primo frate cappuccino che calcò la terra santangiolina fu Alberto da Alzano Lombardo, i cui sermoni portarono la popolazione a chiedere che l’ordine si stabilisse in riva al Lambro.
Una prima e una seconda richiesta, rispettivamente inoltrate nel 1585 e nel 1589, non ebbero esito positivo, vista l’opposizione del Vescovo di Lodi, che solo nel 1607 venne meno.
La prima pietra del convento venne posta l’11 novembre del medesimo anno, nell’area donata dal conte Melandrio Bolognini.
I lavori di costruzione vennero seguiti da fra Agostino da Cantù e da fra Angelo de’ Cerri da Milano. Il convento, inizialmente abitato da tredici frati (sei sacerdoti, quattro fratelli laici e tre studenti), venne classificato come “intermedio”, poiché serviva d’appoggio per i religiosi che, nei lunghi itinerari per raggiungere a piedi Pavia, Vigevano, Casalpusterlengo, Lodi, Crema e Milano, vi facevano sosta. Annessa vi era la chiesa intitolata a San Francesco, consacrata dal Vescovo di Lodi, monsignor Michelangelo Seghezzi, l’8 settembre del 1617. Sulle linee architettoniche poco si sa, salvo che l’ingresso coincideva con l’attuale porta principale d’accesso al cimitero, che ne ripropone il pronao.
In una nota, conservata presso l’archivio dell’Ente Comunale di Assistenza e riprodotta in parte nel lavoro di ricerca condotto da Antonio Piacentini dal titolo “I Cappuccini a S. Angelo” (edito dal Centro per la documentazione storica di S. Angelo Lodigiano), donatomi dall’amico Luciano Furiosi, così viene descritta la veduta del convento: «Quando i nostri vecchi svoltavano dalla Basellina sulla via dei Cappuccini (l’attuale via Diaz), si presentava loro un’altra visuale tutta diversa dall’attuale. A destra vecchie povere case di contadini, a sinistra un lungo filare di piante fiancheggianti un piccolo corso d’acqua (la Ruseta) che in parte libero e in parte coperto attraversando il borgo di S. Maria alimentava le fosse circostanti il borgo ed il castello. Sul fondo di questa via, la sagoma di una vecchia chiesa cinquecentesca con due enormi olmi che ombreggiavano il piccolo sagrato, paesaggio fatto di ombre e di sole, di poesia religiosa, che durò fino al 1810, allorché il piccone demolitore tutto distrusse: chiesa e convento…».
Convento che, infatti, venne soppresso durante l’occupazione francese del 1797. Espulsi i frati, il popolo, a gran voce, li rivolle. E così fu: i Cappuccini ritornarono quasi subito, ma, nel 1805, vennero cacciati (questa volta per sempre) dal governo del neonato Regno d’Italia napoleonico.
L’edificio, divenuto demaniale, fu acquistato dal conte Luigi Attendolo Bolognini e, successivamente, venduto alla municipalità, affinché vi costruisse il nuovo cimitero, secondo la normativa napoleonica, il che comportò l’abbattimento del chiostro e della chiesa.
La presenza dei Cappuccini in riva al Lambro favorì il sorgere di copiose vocazioni, anche grazie agli esempi di santità di vita rappresentati dai frati Pietro Bernardo, Bassano di Lodi, Pietro Betti e, soprattutto, dal venerabile padre Luigi Meda da Pavia, morto il 10 maggio 1800, le cui spoglie riposano nell’attuale cappella parrocchiale del cimitero, la cui memoria è caduta in oblio. Di lui si sa che nacque a Pavia dalla nobile famiglia dei Meda il 31 ottobre 1732 e che divenne professo cappuccino il 19 aprile 1751. Fu un importante predicatore, il quale, nel periodo quaresimale, era solito inoltrarsi sino a Lugano, in Svizzera.
Durante la sepoltura di una donna, tale Teodora Tassi, il 30 settembre 1875 avvenne un’involontaria profanazione della sua bara, la quale, nel creparsi, permise di accertare come il suo saio, malgrado i settantacinque anni decorsi dalla morte, fosse intonso. Iniziò, pertanto, a circolare nel paese la notizia, la quale fece accorrere molti santangiolini, che iniziarono a prelevare della lana dalla tunica, i più spregiudicati delle parti di ossa. Ne fu testimone il Prevosto, monsignor Bassano Dedé, il quale ebbe a scrivere in una lettera indirizzata alla curia generalizia dei Padri Cappuccini di Roma che «quanti ebbero della lana della sua tunica, o qualche particella dei suoi resti, guarirono».
Il clamore fece giungere a Sant’Angelo un religioso cappuccino per raccogliere testimonianze sulla santità del venerabile, il quale descrisse i santangiolini con «attitudine sorprendente all’agricoltura, alle industrie e al commercio che l’esercitano nel borgo, ove havvi fiorente mercato e molti emigrano dal luogo nativo, scorrono la Provincia, l’Italia, l’Europa con un batuffolo sotto le ascelle, più o meno grande di merce, merletti specialmente, che vanno offrendo per le case dei privati e ai rettori delle chiese e luoghi pii».
La presenza francescana in terra santangiolina non fu solo maschile. Nel 1653 venne fondato, infatti, il convento delle suore Cappuccine, con, a far data dal 1710, l’annessa chiesa dedicata a Santa Chiara. Era retto da regole severissime: nessun estraneo poteva entrare, le suore, per lo più santangioline, mangiavano, in ginocchio, ogni giorno solo pane e acqua. Le cronache ci raccontano che, accompagnato da un Attendolo Bolognini, con regolare licenza del Vescovo di Lodi, vi fece visita il grande seduttore Giacomo Casanova, al fine di conferire, non si sa bene perché, con una suora. Nel 1670, le Cappuccine aprirono una scuola con un educandato per sole ragazze, per insegnar loro a leggere, scrivere e cucire. Il convento fu soppresso durante l’occupazione francese.
La chiesa, che sorgeva nell’attuale via monsignor Rizzi, venne acquistata dalla famiglia Savarè, che la trasformò in un teatro, nel quale, solennemente, nel 1862, venne ricevuto il generale Giuseppe Garibaldi.
Lo stabile venne definitivamente demolito nel 1938.
Il legame tra Sant’Angelo e San Francesco trova il punto più alto in Madre Cabrini, che maturò la sua vocazione nel clima francescano, tanto da diventare terziaria. Il suo incontro, decisivo nella formazione della sua missionarietà, con un frate francescano è riprodotto in una vetrata posta in basilica.
