Nel 1934, a Treia, un paese vicino a Macerata, un giovane muratore di nome Enrico sente il fervore di servire, in armi, la Patria.
Ha 18 anni e vuole dare una svolta alla propria vita (sistemare e costruire case non fa per lui, non è quello cui aspira), desidera essere utile all’Italia, protagonista del riscatto di un popolo che, dopo millenni, si sente finalmente unito.
È determinato: presenta allora domanda per essere arruolato nella Regia Guardia di Finanza, un Corpo militare che nella Prima guerra mondiale aveva combattuto sull’arco alpino, dimostrando capacità militari inimmaginabili, culminate nella Battaglia del solstizio del 21 giugno 1918, prodromica alla vittoria contro l’Impero austro-ungarico.
La domanda viene accettata e il 19 dicembre del 1934 è incorporato e successivamente assegnato, per frequentare il corso di formazione, al deposito reclute della Legione Allievi di Roma.
Enrico è un ragazzo moro: occhi neri, capelli lisci e sopracciglia nere; alto 1 metro e 66, con un torace di 84 centimetri; viso lungo, naso greco e fronte regolare; sa leggere e scrivere; il suo titolo di studio è la 5a elementare (un livello ragguardevole per il tempo). Così ci racconta il suo foglio matricolare nr. 31634, conservato presso l’Archivio di Stato di Macerata.
Dopo sei mesi, il 1 luglio 1935, diventa Guardia con una paga giornaliera pensionabile di 8,90 lire ed è assegnato alla Legione territoriale di Milano. Dopo tre mesi, il 1 ottobre, viene trasferito alla Legione di Napoli per il successivo inquadramento nel Battaglione mobilitato di Finanzieri, pronto a partire per l’impiego nella campagna militare d’Etiopia. In Africa, però, non ci va (non ne conosciamo i motivi). Il Comando Generale, quindi, lo riassegna alla Legione di appartenenza: ed è così che il 19 ottobre rientra a Milano, per la successiva assegnazione ad un reparto territoriale, il Distaccamento di Sant’Angelo Lodigiano, ove vivrà la sua storia d’amore con la bella Antonietta, una ragazza del ‘24 dagli occhi grandi, nero fiammeggianti. Tra i due è colpo di fulmine, è subito amore travolgente.
Per Enrico non importa che un militare della Finanza non possa frequentare, secondo il regolamento dell’epoca, donne abitanti nella circoscrizione di servizio. A nulla valgono gli ordini dei superiori: per lui viene prima l’amore. Un amore che dà frutto: la sua Antonietta, infatti, è incinta, una nuova vita sta per arrivare. La lieta novella, però, per i tempi, non è tale. Non lo è per la famiglia della ragazza, non lo è per la Guardia di Finanza: non è ammissibile, infatti, che una donna sia in dolce attesa senza essere coniugata; non è pensabile che un militare possa avere figli durante la ferma volontaria, per di più senza aver contratto matrimonio. Ai due innamorati tutto ciò non importa: decidono, con fermezza, che la creatura avrebbe visto la luce. Ed è così che nel 1940 nasce un bel maschietto, al quale danno il nome di Arnaldo, ma, per tutti, da subito, è Dino.
I Finanzieri dell’epoca, ogni tre anni, se richiesto, ottenevano, previa valutazione disciplinare, di servizio e fisica, la rafferma. Enrico la ottiene sia nel 1938 sia il 1 gennaio 1941, dopo la nascita di Arnaldo, con in più la bella notizia della paga giornaliera aumentata a 13,31 lire.
Per incompatibilità ambientale, però, viene trasferito, prima nel comasco, al confine con la Svizzera, poi, il 1 dicembre 1941, alla Legione territoriale di Trento, una zona della Penisola che dopo l’8 settembre verrà annessa al Reich. Ed è qui che la nostra giovane Guardia va incontro al suo destino!
Per ventidue mesi nelle valli trentine e altoatesine (dal foglio matricolare non si evince con precisione dove), in un’apparente normalità, svolge i classici servizi d’istituto del Corpo, seppur in un contesto di economia di guerra, a contrasto del contrabbando e del mercato nero, senza essere mobilitato per combattere in teatri bellici.

Foglio Matricolare di E. Paolini (figlio di David e Toso Teresa)
matricola n. 31634 del distretto di Macerata, datato 19 dic.1934.
Tutto cambia con l’arrivo dell’8 settembre, quando, alle ore 19.43, da Radio Algeri, è annunciata la firma dell’Armistizio con gli Alleati, con la conseguenza «che ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo; esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». Quest’ultima frase è il prologo di una lunga tragedia: gli italiani non avrebbero più attaccato gli Alleati e avrebbero aspettato di essere attaccati dai tedeschi prima di cominciare un’eventuale difesa in condizioni di assoluta inferiorità. È l’inizio della guerra civile!
Come reagì Enrico lo possiamo ricostruire verosimilmente. I tedeschi, che avevano occupato l’intero Trentino, finanche la confinante provincia di Belluno, fecero prigionieri tutti i militari italiani e li inviarono subito, con treni merci proprio come gli ebrei, nei campi di prigionia.
Il nostro Enrico - mentre Badoglio, l’intero Governo e la famiglia reale, dopo aver inviato in Svizzera quaranta vagoni blindati di oggetti preziosi e aver affidato i gioielli della Corona a mani sicure, se la davano a gambe (prima a Ortona, poi a Brindisi) abbandonando gli italiani al proprio destino – il 9 settembre viene imprigionato nel lager di Forellkrug. Così recita freddamente il foglio matricolare: «internato in Germania in seguito agli avvenimenti bellici conseguenti alla data dell’8 settembre 1943».
Dopo la liberazione di Mussolini, nel novembre nasce la Repubblica Sociale Italiana, uno Stato fantoccio di cui il Duce è presidente. Esso si dotò di proprie Forze armate e di un novello Corpo di polizia economico-finanziaria, denominato Guardia repubblicana di finanza, nel quale vennero incorporati tutti i Finanzieri dei territori occupati.
Gli accordi tra repubblichini e tedeschi prevedevano che tutti i militari delle varie armi e corpi, che dopo l’8 settembre furono internati, potessero essere reintegrati.
La richiesta, di certo, venne fatta anche a Enrico e, per come andarono le cose, possiamo immaginare, come risposta, un chiaro «no!», che rende la giovane Guardia un Soldato di stoffa, proprio come Giuseppe Garibaldi ebbe a definire i Finanzieri durante la Terza Guerra d’Indipendenza.
Un no che vale l’onore e il rispetto di chi oggi lo commemora, in primis la nipote Veronica, la quale ha profuso tutta se stessa per far sì che anche in Sant’Angelo, terra in cui Enrico e Antonietta vissero la loro storia d’amore, vi sia una pietra d’inciampo a perenne memoria del gesto eroico del nonno, che senza se e ma, pur cosciente del destino che l’attendeva, seppe schierarsi dalla parte giusta: per il bene, contro il male!
Inciampando in questa pietra, posta in viale Partigiani, potremo sempre pensare al giovane Finanziere Enrico Paolini, il quale a soli 28 anni, il 17 agosto 1944, dopo aver patito la fame, per malattia, donò la vita per la purezza del suo cuore, e alla storia d’amore che visse con la bella Antonietta.
