Il Ponte di Sant'Angelo Lodigiano Foglio d'informazione locale

I santangiulén nelle Guerre d’Indipendenza

Parte quarta: La Breccia di Porta Pia, Roma, 20 settembre 1870

di Emanuele Maestri

Dopo la campagna militare del 1866 che rese italiano il Veneto, all’appello mancava la città simbolo d’Italia: Roma.
Nel settembre 1870, mentre le truppe di Guglielmo I erano in marcia verso Parigi (Guerra franco-prussiana), il Governo italiano, libero da ogni timore che la Francia potesse intervenire, ordinò ai propri soldati d’impadronirsi della Città eterna.
Il 20 settembre 1870, dopo che l’artiglieria italiana aveva aperto una breccia nelle mura Aureliane all’altezza di Porta Pia, un reparto di Bersaglieri entrò in città, seguito dalle altre armi.

Tra questi militari c’erano un sergente, due caporali e cinque soldati santangiolini.
La conquista militare si concluse dopo qualche colpo di cannone e qualche scarica di fucile. L’esercito papale si dissolse e i rappresentanti diplomatici, accreditati presso Pio IX, corsero dagli italiani per perorare la causa dei loro connazionali, che avevano militato nei reggimenti pontifici. Il problema principale era di ordine pubblico: ruberie, saccheggi e gente poco raccomandabile in giro per le strade. In quei giorni era importante, infatti, impedire che gli esuli politici, rientrati in città al seguito delle truppe italiane, regolassero vecchi conti e approfittassero della situazione per fare le loro personali vendette.
In certe caserme della polizia papalina erano scomparsi non solo i mobili e gli infissi, ma persino i telai delle finestre, gli arpioni, i gradini delle scale, merce che aveva varcato ponte Sisto per finire nelle botteghe dei rigattieri.
Con la Breccia di Porta Pia nasce, però, la Questione romana, che, dopo 59 anni, troverà la soluzione con la firma dei Patti lateranensi e la conseguente nascita dello Stato della Città del Vaticano, l’11 febbraio 1929.
In quel periodo, a Roma, era presente padre Domenico Savarè (sì, proprio quel Savarè che a Sant’Angelo, nel 1859, venne arrestato e processato perché considerato antitaliano), il quale, dopo la presa della città, fu nominato rettore del Collegio degli orfani di Santa Maria in Aquiro e, nel 1877, della Basilica di Sant’Alessio sull’Aventino (ove riposano le sue spoglie mortali) e dell’annesso istituto per ciechi.
La Roma post-papalina era frequentata anche da una giovane suorina che voleva andare in Cina, da tutti conosciuta come Madre Cabrini.
Nel frattempo, a Sant’Angelo, il Comune era retto dalla giunta dell’Avv. Bassi Antonio (che resterà in carica sino al 1896), il cui uomo di punta era Francesco Rozza; amministrazione che, per tre quarti, era composta da ingegneri, il che portò molti benefici urbanistici: vie regolari, spaziose e ampie.
Su tutti vigilava il prevosto monsignor Dedè, il quale morirà nel 1892, dopo aver retto la parrocchia per ben 35 anni, risultando il più longevo di sempre. Gli succederà monsignor Angelo Raffaini, un sacerdote moderato.
L’unità d’Italia portò a Sant’Angelo anche la costruzione di ben tre linee tranviarie: la prima, che fu inaugurata nel 1871, collegava il borgo (partenza da via Cavour) a Melegnano e Milano; la seconda, ultimata l’anno dopo, collegava Sant’Angelo (partenza da via Garibaldi) alla direttrice Lodi, Bergamo, Lovere, Soncino e da quest’ultima località verso Orzinuovi e Brescia, con la possibilità di spingersi sino a Salò, sul Garda; la terza collegava il paese (con partenza da via Mazzini) a Pavia e Voghera.
È l’inizio di un nuovo capitolo della storia millenaria della nostra borgata, fatto di pace e di crescita, che, dopo 45 anni, avrà un brusco risveglio con la chiamata alle armi dei maschi santangiolini, per combattere nella Prima guerra mondiale, quarta (e ultima) d’indipendenza.
Ma questa è un’altra storia…



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