La Terza guerra d’indipendenza (20 giugno – 12 agosto 1866) è da considerarsi il fronte meridionale della ben più ampia contesa bellica fra Austria e Prussia: quest’ultima, alleata dell’Italia, il 15 giugno 1866, approfittando di un banale incidente, dichiarò guerra agli austroungarici, i quali vennero sconfitti in poche settimane, anche grazie all’Italia, che ne impegnò l’esercito in Veneto.
Gl’italiani, però, non fecero una gran figura: il Generale La Marmora fu sconfitto a Custoza il 24 giugno e l’Ammiraglio Persano, il 20 luglio, si fece distruggere la flotta nella battaglia navale di Lissa, nel Mar Adriatico. L’unico che si comportò con valore, manifestando per l’ennesima volta una grande capacità tattica, fu il solito Garibaldi, che piegò, il 21 luglio, a Bezzecca, nella Valle di Ledro, gli austriaci e che, se non fosse stato fermato dal comando militare con un perentorio ordine di non procedere (al quale rispose, il 9 agosto, con il famoso telegramma che conteneva la sola parola «Obbedisco»), si sarebbe preso l’intero Trentino con le sue camicie rosse, composte, tra le altre, da un migliaio di Guardie doganali piemontesi e Finanzieri imperiali disertori.
Nonostante tutto, l’Italia raggiunse il suo scopo: il trattato di pace, oltre all’unità della Germania, previde, infatti, la cessione del Veneto (comprese Mantova e le attuali province di Udine e Pordenone) al Regno d’Italia.
All’appello, per la completa unificazione della Penisola, mancavano solo Roma (presa il 20 settembre del 1870 con la famosa Breccia di Porta Pia), Trento e Trieste (che diventeranno italiane dopo la Prima guerra mondiale, Quarta d’indipendenza).
Nel frattempo, a Sant’Angelo, come andavano le cose?
Prevosto del paese era ancora l’arcigno don Bassano Dedé (don Savaré, invece, dopo essersi fatto padre somasco, si trasferì a Roma, ove divenne un importante predicatore, ascoltato dal papa regnante Pio IX), mentre, nel palazzo comunale, Raimondo Pandini fu sostituito, nel 1863, dall’Avvocato Antonio Bassi senior, la cui amministrazione durò, causa morte, un solo anno. Dal 1864, era sindaco il cattolico Francesco Cortese, persona gradita a monsignor prevosto. L’antagonista di quest’ultimo era un altro sacerdote, il liberale don Bartolomeo Cagnoni, il quale fondò, in contrapposizione alla società di mutuo soccorso cattolica, l’associazione degli operai e degli artisti, che raccolse una cospicua cifra per dar vita al primo asilo infantile del paese, esperienza che, però, durò poco, poiché don Cagnoni venne trasferito in un’altra località del Lodigiano.
La povertà era dilagante: le cronache, tratte dall’articolo Poveri e povertà nell’800 (Foglio di Storia Locale, anno VIII, nr. 53, dicembre 1992) ci raccontano di un borgo pieno di «mendicanti, girovaghi, infermi incurabili, vedove, orfani, di giornalieri di piazza in cerca di un lavoro, la cui opera, nei campi veniva richiesta sporadicamente, a seconda del raccolto, del tempo, e con il ricavato modesto dovevano vivere per tutto l’anno, mantenendo l’intera famiglia. Nei periodi di scarsa attività, alcuni di questi riuscivano a farsi assumere per qualche giornata come aiutanti di questo o quel pescatore della Costa o esercitavano, quando possibile, la pesca di frodo nelle numerose rogge del circondario o la caccia delle rane nelle risaie e nei campi altrui. Altri, costretti dal bisogno, si dedicavano al furto campestre, che nel Lodigiano era il reato più diffuso».
Un giornale di Lodi, Il Comune (nr. 2 dell’aprile 1864), così descriveva Sant’Angelo: «un borgo reso tristemente celebre per essere il covo di malandrini che hanno qui piantato le loro tende, frammezzo ad abitatori in generale distinti per operosità, industria commerciale, ed indole tranquilla. È inesplicabile l’innesto fra noi di cotale perversa genìa, dedita continuamente all’ozio, al vagabondaggio, ai furti campestri». Insomma, alla vigilia della campagna militare del 1866, Sant’Angelo era spaccata in due: da una parte chi lavorava e conduceva una vita serena; dall’altra chi delinqueva e non faceva nulla per sbarcare il lunario.
Questo il contesto storico che portò molti santangiolini a imbracciare il fucile per combattere con il neo Esercito italiano (da notare che l’ideale patriottico, nel 1866, si diffuse a macchia d’olio: basti pensare che nella sola Sant’Angelo i soldati che combatterono la Terza guerra d’indipendenza furono ben 112 - 3 tenenti, 3 sergenti, 11 caporali, 94 militari di truppa e un marinaio- contro i 27 della Seconda e i soli 8 della Prima).
Ecco il copioso elenco diviso per battaglia:
BATTAGLIA DI CUSTOZA (frazione di Sommacampagna in provincia di Verona)
BATTAGLIA NAVALE DI LISSA (isola del Mar Adriatico al largo di Spalato)
BATTAGLIE GARIBALDINE (Val Camonica, Valle Sabbia, Val Vestino e Bezzecca)
MILITARI INQUADRATI IN REPARTI LOGISTICO-AMMINISTRATIVI