Dai santé alla röda: la memoria dei cordai non svanisce
Il ricordo collettivo di un mestiere scomparso rivive nel lavoro per la tesi di laurea eseguito negli anni Novanta da Anna Vittoria Arrigoni e pubblicato dall’Università degli Studi di Pavia.
Un’attività povera e “popolare”, una vita dura che ha caratterizzato per decenni Sant’Angelo e il suo tessuto socioeconomico

di Lorenzo Rinaldi


Il lavoro di ricerca e valorizzazione della storia di Sant’Angelo Lodigiano ci porta questa volta in riva al Ticino. Ci è stata segnalata, infatti, una interessante pubblicazione dell’Università degli Studi di Pavia, intitolata “Archivi Culturali”, che nell’edizione del 1999 ospita un articolo dedicato alla lavorazione della corda a Sant’Angelo. Il testo rielabora una ricerca fatta dalla studentessa Anna Vittoria Arrigoni tra il 1993 e il 1994, i cui dati sono stati raccolti nella tesi di laurea “Vita, mestieri e cultura materiale nelle memorie dei dialettofoni Santangiolini” (Università di Pavia, Facoltà di Lettere e Filosofia, anno accademico 1994-95).
Il contributo pubblicato negli Archivi Culturali si basa sulle testimonianze di due santangiolini (indicati come S. A. e S. T.) e ripercorre le fasi della lavorazione e della commercializzazione della corda, anche attraverso la trascrizione in dialetto di parte delle interviste effettuate in forma orale. Crediamo sia importante aggiungere anche questo “tassello” al lavoro avviato da anni per custodire la memoria collettiva dei cordai: un’opera che ha beneficiato dell’attività di ricerca portata avanti da “Il Ponte” e dalla “Società della Porta” attraverso articoli storici, libri e le due presentazioni pubbliche del lavoro “I mestieri di una volta e i loro patroni. Devozioni della chiesa di San Bartolomeo in Sant’Angelo”.

Le interviste

Due, come detto, i santangiolini intervistati e indicati purtroppo solo con le iniziali, anche se in molti, specie tra i più anziani, riusciranno probabilmente a identificarli. Il primo è S. A., nato il 30 maggio 1916 a Sant’Angelo Lodigiano in Borgo San Martino. Il padre era cordaio e gestiva l’attività artigianale in proprio. Terminata la quarta elementare, nel 1926 S. A. iniziò a lavorare la corda nell’azienda paterna e dopo la morte del padre ne rilevò l’attività. Nel 1935, richiesto da una ditta di Cusano Milanino, vi si trasferì con la famiglia, rimanendovi fino al 1940. Iniziata la guerra, ritornò a Sant’Angelo e continuò la sua attività fino al 1963, anno in cui decise di andare in pensione (l’intervista è stata realizzata a Sant’Angelo il 26 marzo 1993).
La seconda testimonianza è quella di S. T. nato a Sant’Angelo Lodigiano il 23 febbraio 1951. Figlio unico di una famiglia di cordai, dopo la terza media svolse l’attività fino a trentacinque anni, quando la corderia fu costretta a smettere l’attività, superata ormai dalla lavorazione industriale. Accettò quindi un lavoro come operaio nella ditta Asgrow-Italia (Sementi) di Lodi. Abita in Borgo San Martino (l’intervista è stata realizzata a Sant’Angelo il 21 aprile 1993).

Sant’Angelo e i quartieri storici

L’articolo si apre con una ricostruzione del territorio santangiolino dal punto di vista geografico e sociale. “Centro del basso Lodigiano, alla destra del fiume Lambro - scrive l’autrice - Sant’Angelo si trova in una zona pianeggiante e l’aspetto del territorio circostante è quello tipico della “bassa padana”.
Percorrendo la statale che da Pavia porta a Lodi, si incontra un quadro geografico-rurale di transizione tra un territorio adibito alla coltivazione del riso e un territorio cerealicolo e foraggiero, ricco di canali e marcite.
La conformazione pianeggiante del terreno, che ha favorito la presenza di vie di comunicazione, la posizione di confine tra le due province di Milano e Pavia, il fiume, un tempo navigabile, hanno contribuito a rendere il paese centro soprattutto di un intenso movimento commerciale.
Scorrendo la mappa di Sant’Angelo si rileva un altro dato di non secondaria importanza: la suddivisione in borghi, veri e propri quartieri attraversati dalle vie che dal centro si aprono verso l’estrema periferia: Borgo Santa Maria, Borgo San Martino nella zona di San Bartolomeo e Borgo San Rocco.
Le aree individuate, come appare chiaramente dalle testimonianze raccolte, hanno sempre avuto una propria autonomia, non solo culturale ma anche economica: per ogni borgo è possibile infatti riconoscere particolari e specifiche attività e sfumature linguistiche divergenti.
Borgo Santa Maria (Bu Santa Marìa) si estende ad ovest del paese, comprende la Costa, il Cogozzo (Cugüs), la Contradella (Cuntradéla) e un’area chiamata Isola Pescatori, poiché sembra che li esistesse anticamente una vera e propria isola sulla quale gli uomini del quartiere potevano pescare. Gli abitanti, caratterizzati da una parlata “dura e stretta”, si dividevano in Tupén, gli abitanti cioè della Costa vera e propria, in Tirènti, situati nella parte alta del borgo, lungo la via che conduce alla periferia e al cimitero, il percorso obbligato dei funerali; e in Cugüseri, che abitavano invece la parte estrema del quartiere, ai confini della strada che porta verso Pavia, e dove un tempo sorgeva l’antico castello di Cogozzo.
Borgo San Martino (Bu San Martén) si estende verso est e comprende: San Bartolomeo (San Burtlamé), la Guattera (Guàtra), probabilmente così chiamata perché a questa altezza il fiume Lambro è guadabile, il Lazzaretto (Lasarète), dove vennero sepolte le vittime della peste del 1630, e le Vignole (Vignőle). È questo il borgo dei cordai, vero e proprio centro economico del paese.
Borgo San Rocco (Bu San Ròche) occupa la parte più a nord: qui il lavoro più diffuso era quello dei caciù, i salariati addetti al trasporto del bestiame”.

La lavorazione della corda

Dopo questa panoramica sui quartieri di Sant’Angelo l’articolo entra nel vivo, parlando dei cordai.
“La lavorazione artigianale della corda vedeva duramente impegnate intere famiglie, adulti e bambini, uomini e donne; o era organizzata da piccoli imprenditori, che avevano dei dipendenti oltre ai propri familiari, e lavoravano su un terreno di loro proprietà.
Il cordaio svolgeva i lavori più duri e specializzati, la filatura e la lucidatura; i bambini giravano la ruota (uno strumento di lavoro, ndr), alle donne spettava il compito di pettinare la canapa”. “A fa la corda, prima j ani che gh’èr mé papà insì, se ‘ndèva a cumprà la canua a Ferara, Bulògna…” ricorda uno dei testimoni intervistati dall’autrice.
Per produrre la corda non solo veniva utilizzata la materia prima (che consisteva nel raccolto della canapa e del lino), ma veniva abitualmente riciclato ogni anno materiale di recupero: i pezzi di corda (so, sìsal o manila), che erano serviti ai contadini per legare il frumento o le balle di fieno. Alle donne spettava il compito di riunirli in mazzetti.
“Più di recente - avverte l’autrice - alcune fabbriche di Milano, addette alla lavorazione delle piante tessili, fornirono ai cordai di Sant’Angelo la materia prima per la filatura: erano matasse grezze di canapa o di lino (poi sostituite da spole o bobine) che venivano svolte con l’aiuto dei guindoli e ritorte a due, a tre, a quattro fili.
Il lavoro di filatura si svolgeva sui sentieri (santé), che si allungavano dietro le case, spesso ombreggiati, per la lunghezza di sessanta, settanta, ottanta metri: da un lato, possibilmente coperto da un portico, era collocata su un basamento una ruota in legno (rőda), dal diametro di circa un metro e mezzo; nel cavo della sua circonferenza una grossa corda, al centro un tubo di ferro che funzionava da manico e veniva azionato con le mani per permettere il movimento della ruota stessa”.

Il “piccolo mondo” dei cordai

Le interviste condotte da Anna Vittoria Arrigoni permettono di ricostruire le fasi di lavorazione della corda, ma aiutano anche a entrare in un “piccolo mondo”. Sappiamo che il lavoro dei cordai era duro, legato alle stagioni, esposto alle intemperie, male pagato (almeno per i salariati) e svolto soprattutto da operai di umili estrazioni: non stupisce dunque che tra i santé fosse possibile udire imprecazioni di ogni tipo, come ben riporta l’autrice, dando un tocco di “colore”. “Era un lavoro duro, solo chi stava alla ruota era protetto all’ombra del portico in estate, e in inverno poteva scaldarsi al fuoco di un falò acceso lì vicino.
Non mancavano certo, come sottolineano le testimonianze, imprecazioni contro il santo protettore dei cordai, san Postumio, rappresentato in un quadro della chiesa di via San Bartolomeo con la corona in mano, mentre gira la ruota”. Ancora una volta ci affidiamo alle interviste dei vecchi cordai: “…de tüti i culuri, ghe disèva de cle parole föra dal nurmal, ècula, va bèn! Ma pödi no dìl, perchè j èn tròpu gròse… bestèmie, tüti quanti eh… eh, ma tüti pròpi con le bestèmie ala còrda…”.
“Una volta ultimata la produzione (con le fatiche che sappiamo, ndr), prima della spedizione alle industrie, per mezzo del corriere che prelevava direttamente la merce, le matasse venivano impacchettate - prosegue l’autrice -: su una tavola erano infilati dei legni come per l’aspo, cui si legava la matassa dalla parte della testa (la parte più corta), e via via una se ne aggiungevano altre fino ad arrivare al numero di trentasei, che, una volta tolte dalla base di legno, restavano in questo modo ben legate e ordinate.
La corda poteva avere diametri diversi (titoli): il titolo 10 aveva il diametro più piccolo, lo 0,50 quello più grosso. Si trattava di numeri convenzionali: per esempio per legare i salami occorreva il titolo 2,6 o 2,4, mentre il titolo 2,05 veniva utilizzato per legare pacchi e scatole. Il titolo 0,65 è invece un filo di corda a due o tre capi, da filato non ritorto, e veniva chiamato limèta: lo utilizzavano i materassai per fare gli elastici dei letti e dei divani.
Il rifursén era invece un tipo di filo ritorto, con un diametro più piccolo, più robusto, ovviamente più costoso, in uso ai muratori come filo a piombo, e anche al sellaio (basté) che preparava i finimenti per i cavalli”.
E ancora. “I rotoli misuravano cento, sessanta, cinquanta metri, ma la misura più richiesta era quella in rotoli da cinquanta e da cento metri.
Per le navi e i pescherecci servivano dieci pezzi da quindici metri, dieci pezzi da cinque metri, o altri più corti. Per le Ferrovie dello Stato venivano invece preparate altre metrature (…). Anche per legare i mazzi di tabacco occorrevano le corde e qualche paese del Sud si è servito dai cordai di Sant’Angelo: la corda veniva spedita con diametro dieci, a pezzi, secondo la metratura richiesta”.
Quello del curdè era un lavoro duro e umile, sopraffatto dalla tecnologia industriale. Ma per decenni ha rappresentato una economia fiorente, con alcuni imprenditori che hanno fatto fortuna e migliaia di persone che hanno lavorato - o semplicemente hanno integrato il misero bilancio familiare - andando avanti e indietro sui santé.
“L’operaio - scrive Anna Vittoria Arrigoni - non era ripagato del duro lavoro: una ragazza che lavorava con i familiari guadagnava nel 1962 cinquanta lire all’ora; chi era capace di strübià ne guadagnava sessanta; solo nel giro di dieci anni i cordai più specializzati raggiungevano le centoventi lire all’ora. Chi lavorava a cottimo (la fata), i garzoni che facevano i füsi, in più breve tempo conquistavano la paga di dieci ore facendone otto”.

IL PONTE - foglio d'informazione locale di Sant'Angelo Lodigiano

Le matasse venivano fatte con l’aspo (aspén), un legno piatto con due buchi alle parti terminali dove si infilavano due legni tondi.
A destra: aspén. Da destra verso sinistra: matassa di rinfursén, filo ritorto, e matassina di limèta, filo non ritorto.



Il cordaio prepara i mazzetti di scarti (): il nodo veniva lasciato in alto, i fili erano legati, con una roncola, dopo aver appoggiato il mazzo su un tronco di legno, si tagliavano i nodi.

Il mas era un tronco di legno con tacche, nelle quali la corda passava per essere ritorta e unita in un unico filo con il garbìu, un gancio che girava e aiutava a smaltire
la torsione ricevuta dal curiö.
In basso a destra: rinfursén, filo ritorto.



La smaia era una specie di filo di ferro spinato, attrezzo utilizzato per la ripulitura della corda. In alto a sinistra: gomitolo di canapa.
A destra: smaia. In basso a sinistra
tre tipi di garbìu, di diversa dimensione.